Passato, presente e futuro
immigrazione italiana

– Massimiliano, Che cosa avete imparato in questi anni dai vostri clienti?
In questi anni abbiamo rotto molti degli stereotipi sull’immigrazione, che è generalmente idealizzata (sic!) come un evento connesso alla povertà assoluta di gente che prende una valigia di cartone e se ne va a cercare fortuna chissà dove. Vero, ci sono state anche questi casi, ma nella vita reale sono accadute molte altre storie, ben più interessanti.

– Ci puoi dare qualche esempio?
Certamente. Qui in Colombia, e specialmente in tutta la zona caraibica, c’è stato un flusso molto antico di Italiani legato a circoli massonici, che ha avuto in impatto significativo in molte delle comunità costiere. Sicuramente chi si muoveva spinto da legami culturali di questo tipo non lo faceva con la valigia di cartone, per intenderci, e difatti le storie che ne seguono sono contributi significativi alla costruzione dei paesi di destinazione. Studiare queste dinamiche sembra oggi ancora più interessante alla luce del diffuso ritorno alle frontiere nazionali.

– Come pensate di agire?
Noi vogliamo inserirci in questo contesto ed essere una voce, o meglio un amplificatore, per creare dei contatti e degli stimoli in questo senso.
Essendo il progetto Italiani molto ambizioso, stiamo imparando a sviluppare nuove capacità per portarlo a compimento.

– Come intendete farlo?
Dal punto di vista pratico diciamo anzitutto che questa comunità presenta dei numeri assolutamente incredibili. Tieni conto che il registro degli italiani che, come me, vivono all’estero (A.I.R.E.) con un passaporto italiano conta circa cinque milioni e mezzo di persone nel mondo intero.

Questo numero però dice pochissimo se messo in relazione con i numeri dell’emigrazione italiana il cui calcolo dei dati comincia formalmente nel milleottocento settantasei (1876). Solo in quell’anno infatti, le Autorità italiane hanno cominciato a registrare le persone che uscivano dal Paese.

Grazie a queste rilevazioni sappiamo che fino agli anni 60’-70’ l’Italia è stato un paese di emigrazione, cioè il saldo migratorio è stato maggiore in uscita. Più tardi, la tendenza si è invertita. In questo periodo, sono stati contati trenta milioni di registri ufficiali di uscita dal Paese.

– Verso dove emigravano gli italiani?
Più o meno i numeri sulle mete europee (Germania, Francia, Svizzera, Spagna) e i dati relativi alle mete americane (Nord America, Centro America e Sudamerica) si equivalgono. Riassumendo: circa quindici milioni scelgono l’Europa, gli altri quindici scelgono le Americhe.

Ora trenta milioni sono i numeri ufficiali pubblicati dal M.A.E.; i numeri ufficiosi mi aspetto che siano enormemente maggiori.

La storia ci dice, grazie agli alberi genealogici in mano a Studio Andino, che le migrazioni sono incominciate molto prima. Abbiamo dei casi che cominciano addirittura alla fine del secolo XVIII, nel mille settecento novanta. Per ragioni relative alla nostra legge di cittadinanza, storicamente i discendenti -salvo alcuni casi- hanno tutti il diritto ad essere riconosciuti italiani.

Ebbene, non sono un matematico, anzi. Ma se moltiplichiamo questi dati per il numero di generazioni nate da quelle date ad oggi, il risultato stimato, che per me resta sottodimensionato, è stato fissato in sessanta milioni di potenziali discendenti. Io sono sicuro che vi siano almeno cento milioni di potenziali italiani. Se immaginiamo che in Italia siamo tra i sessanta e i sessantasei milioni di residenti, ce ne sono ben più che altrettanti distribuiti in tutte le aree del globo.

– Perché è importante il numero dei potenziali discendenti?
Se parlassimo con una voce unica, saremmo evidentemente una potenza mondiale in qualunque settore. Oltretutto l’industria italiana è molto valorizzata, il Made in Italy è uno dei marchi più importanti che esistano al mondo.

Noi italiani, bene o male, ci facciamo voler bene e all’estero non andiamo a conquistare, piuttosto ad unirci alla cultura locale. Credo che ci sia una ricchezza inesplorata immensa in queste comunità. Lo abbiamo riscontrato e abbiamo iniziato a dare stimoli e voce alla stessa.

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Dai un’occhiata ad alcuni casi reali che abbiamo già risolto.

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